Gli amministratori pensano di essere i “padroni” della BCC Campania Centro
La lettera di riscontro del C.d.a. della BCC del 29 giugno scorso, prot. n. 3590 (v. l’allegato doc. n. 6) è stata inviata dopo più di un mese dal ricevimento della nota dei Soci del 28 maggio (v. l’allegato documento n. 5) e non risulta destinata né alla capogruppo né alla Banca d’Italia, come invece hanno fatto correttamente i Soci con il loro atto.
Si tratta di scelte dall’evidente intento ostruzionistico e dilatorio che, per un verso, confermano il disprezzo degli amministratori della BCC per gli obblighi di trasparenza e, per altro verso, sono l’ennesima prova che costoro hanno la presunzione di poter continuare a fare impunemente quanto ritenuto utile ai soli inconfessabili fini personali, e cioè la perpetuazione dell’incarico.
Ed invero, tale lettera è costituita da una pagina e mezza, ma la prima è del tutto inutile per i destinatari perché richiama previsioni normative e statutarie perfettamente conosciute dai destinatari medesimi, tant’è che sono sinteticamente richiamate nella loro nota del 28 maggio. La prima pagina, dunque, è servita agli autori solo per mettere in evidenza aspetti procedurali che rappresentano limiti all’esercizio dei diritti da parte dei Soci, e quindi per rimarcare le complicazioni procedurali, al fine, evidente, di distogliere i Soci stessi dal proseguire nell’attività “riformatrice”, valutata dagli amministratori (e forse anche dai sindaci) in carica come un gravissimo attentato alla riconferma nella carica.
Il peggio, e la conferma di quanto sino ad ora sottolineato, è riportato nella mezza paginetta successiva.
Innanzi tutto, non è vero affatto che il terzo comma dell’art. 25 dello statuto “facoltizza” gli amministratori ad autorizzare i preposti delle filiali (e altri dipendenti) ad autenticare le firme, in quanto la facoltà (il “potrà”) è in capo al Socio, che può decidere da chi farsi autenticare la firma.
Ma se anche fosse una facoltà del C.d.a., essa comunque non sarebbe “meramente discrezionale”, né “meramente potestativa”, e cioè lasciata al mero arbitrio, dovendo essere l’eventuale mancato esercizio adeguatamente motivato in relazione al perseguimento del fine per cui l’istituto è previsto, e cioè agevolare il più possibile i Soci nel farsi autenticare la firma da apporre nell’esercitare i propri diritti, senza che il contenuto dei relativi atti possa essere sindacato dal C.d.a. quanto all’opportunità dello stesso, che deve essere valutato solo dai Soci in sede assembleare.
Il C.d.a. poi si spinge addirittura oltre, definendo “proprio personale” i dipendenti della Società (ma con ciò confermando anche letteralmente quanto altri Soci sostengono da tempo, e cioè che questi amministratori ritengono “cosa esclusivamente loro” la banca e la carica che ricoprono), affermando anche che se i dipendenti autenticano le firme dei Soci ciò comporta dei costi per la banca!
Ma gli amministratori sanno che i dipendenti sono già pagati dalla banca, e quindi da tutti i Soci? E poi, se anche vi fossero dei costi aggiuntivi, questi sarebbero stati già considerati dalla norma statutaria, per cui ciò non può in alcun modo essere “usato” contro i Soci destinatari del beneficio.
Gli amministratori affermano pure che, nello svolgere le funzioni di “autenticatori”, i dipendenti sarebbero chiamati ad esercitare attività “non strettamente funzionali alla gestione della banca”, dimenticando, evidentemente, che tali funzioni di autentica sono previste dello statuto e che gli stessi amministratori “ordinano” da sempre a molti dipendenti in occasione delle assemblee di svolgere tutte le relative funzioni operative.
Per motivare una scelta palesemente illegittima ed eversiva, gli amministratori hanno anche:
- “inventato” una figura del tutto sconosciuta al nostro ordinamento giuridico, l’assemblea “obbligatoria” (quella chiamata a discutere il bilancio), che – udite, udite – sarebbe l’unica rispetto alla quale i Soci andrebbero “incentivati” a partecipare;
- degradato a “mere aspirazioni individuali di alcuni soci” (volendo far credere di aver letto nel pensiero degli altri 8.000 Soci, i quali pertanto sarebbero contrari) l’esercizio di fondamentali diritti riconosciuti dalla legge e dallo statuto;
- deriso l’operato e il significato dell’azione di ben 30 Soci, che sono di per sé già un numero consistente, ma che se anche fosse uno solo ciò non svilirebbe né ridurrebbe la “qualità” e la forza del diritto esercitato.
Il C.d.a., inoltre, si è arrogato addirittura il potere (e questo è ulteriore atto eversivo) di valutare se siano “ragionevoli” (sic!) tali “aspirazioni” (almeno questo pare di capire dal claudicante tenore della lettera), anche perché le proposte di modifica “divergono” dal testo dello statuto-tipo. Ma questo è proprio quanto previsto dalla normativa e fa parte dei diritti dei Soci, non essendo certo lo statuto-tipo un testo immutabile!
Il peggio del peggio, se può esserci una graduazione del male, è rappresentato dall’affermazione che la mancata autorizzazione ai preposti di autenticare le firme è dovuta anche alla valutazione “dei comportamenti tenuti dai … richiedenti”, che consistono solo nel dissenso manifestato da costoro contro la gestione di questi amministratori!
Siamo ormai alle “liste di proscrizione” dell’antica Roma, quando i dittatori rendevano pubblico l’elenco degli oppositori e degli indesiderati!
Il diniego sarebbe poi “rafforzato” dalla circostanza che le modifiche – delle quali, con comportamento corretto, lineare e trasparente, i Soci promotori hanno anticipato il testo agli amministratori, pur non essendo necessario in questa fase – apparirebbero, per questi ultimi, “non necessarie né condivisibili”, evidentemente ignorando che il C.d.a. non può decidere di svolgere le proprie funzioni – che vanno esercitate a vantaggio di tutti i Soci – solo quando le iniziative sono di gradimento degli stessi amministratori.
Questa è, ormai da tempo, l’unica molla che muove l’operato degli amministratori della BCC: l’anno scorso non hanno autorizzato nessun dipendente e un solo vice presidente ad autenticare le firme per la presentazione della lista del C.d.a., ma ben 35 persone (tutti e 9 gli amministratori, 16 responsabili di filiale e 10 altri dipendenti) per autenticare le firme di delega della successiva assemblea (e ora si è saputo come sono stati utilizzati tali poteri); quest’anno, per firmare la lista del collegio sindacale sono stati autorizzati solo i due vice presidenti e nessun dipendente, ma ben 34 persone (i 9 amministratori, i 2 vice direttori, 17 responsabili di filiale e 6 altri dipendenti) per l’assemblea di aprile 2026, alla quale risultano intervenuti per delega 698 Soci, mentre per richiedere la convocazione dell’assemblea per modificare statuto e regolamento assembleare le firme da autenticare sono oltre 800! Quindi: 34 persone chiamate ad autenticare le firme di 698 de-
leghe, mentre a fronte di un potenziale di oltre 800 firme da autenticare, nessuno viene autorizzato! Se non è abuso del diritto questo, allora cos’è?
In ogni caso, il giudizio di necessità appartiene solo ai Soci (e gli amministratori in questo modo vogliono impedire ai Soci di decidere), così come neppure una parola viene spesa né per motivare l’asserita assenza di necessità, né per illustrare le ragioni di “non condivisione”, ma si capisce bene perché: sono ragioni che non si possono mettere per iscritto!
L’ultimo periodo della lettera è l’apoteosi della prepotenza e della deriva autoritaria di questo C.d.a. espressa:
- dal reiterato pretesto delle “spese” (gli amministratori, nel contempo, non specificano quanto hanno speso di compensi professionali per farsi scrivere la lettera e avrebbero dovuto indicare gli importi delle spese relative, anche indirettamente, alle ultime due assemblee, ma, benché richiesti, non l’hanno fatto durante l’ultima assemblea);
- dall’ennesima balla che l’iniziativa sarebbe in contrasto con l’<<interesse sociale”>> (ma il perché non lo dicono, ovviamente);
- dall’affermazioni secondo cui le “aspirazioni soggettive di una minoranza” di Soci sarebbero “infondate”.
“Minoranza”? E come fanno a saperlo se non consentono ai soci di firmare e di votare in assemblea?
“Infondate”? Scopriamo ora che il C.d.a. svolge anche funzioni giudiziarie e “respinge” un “ricorso” dei Soci perché le motivazioni da questi addotte sono per il C.d.a. “infondate” (ma, ancora una volta, senza dire perché lo sarebbero).
Siamo al delirio!